giovedì 18 giugno 2020

Il Barone Rampante: filosofia e neoplatonismo

Cosimo è il protagonista di questo racconto scritto da Italo Calvino. Un ragazzo ribelle di dodici anni che decide di rompere i legami che lo tenevano di fatto stretto con la famiglia decidendo di salire sopra un albero per esprimere la propria disapprovazione a quel mondo che lo teneva legato alle faziosità meno che alla sua educazione e all'affetto che gli è stato negato.

il-barone-rampante-filosofia-e-neoplatonismoHo trovato essenziale leggere Il Barone Rampante dietro un significato che va oltre le apparenze di una persona folle e non aderente alla "realtà" apparente. Dà l'impressione di leggere un mito o una favola attorno alla cui immagine significante si nasconde un significato allegorico e tutt'altro che superficiale.

La potenza del saper leggere i significati dietro alle immagini sveglia l'ingegno come ammette Cartesio ne Il discorso sul metodo e ancora secoli prima Salustio nel suo trattato Sugli dei e il mondo:
«Riconoscevo che le lingue che vi si apprendono sono necessarie per l'intelligenza dei libri antichi; che la grazia delle favole sveglia l'ingegno, e che lo elevano le azioni memorabili delle storie, le quali, lette con prudenza, aiutano a formare il giudizio.»
(Il discorso sul metodo, Cartesio)

«Bisogna ora esaminare per quale motivo gli antichi tralasciarono queste dottrine e si servirono dei miti. Questa ricerca è il primo vantaggio che si trae dai miti poiché stimola il nostro intelletto e non lo lascia nell'inattività. È possibile affermare che i miti sono divini considerando coloro che se ne sono serviti: i poeti ispirati dalla divinità, i migliori fra i filosofi, i fondatori dei riti misterici, gli Dei stessi, nei loro oracoli, hanno impiegato i miti.»

(Sugli dei e il mondo, Salustio)
Un libro estremamente simbolico quello di Italo Calvino tanto da toccare temi di filosofia quali neoplatonismo, platonismo e filosofie induiste. Consiglio se si è interessati ad approfondire tali tematiche oltre alla lettura di autori come Platone, Plotino, Salustio, anche la visione introduttiva al neoplatonismo dei video del meraviglioso professore Matteo Saudino su Youtube di cui ho tanta stima e voglio dedicare uno spazio:

  •  Il Neoplatonismo e Plotino: dal molteplice all'Uno.

  • Plotino: la teoria dell'emanazione e la nostalgia dell'Uno.

                                                 


Gli affetti lontani di Cosimo

La famiglia di Cosimo godeva di tanti privilegi e certamente la posizione nobile nella quale si trovavano non faceva che dare anche la sicurezza che non solo poteva essere tramandata ma anche condizionare la libertà di Cosimo che si vede appunto per questa verticale prospettiva futura rubato dei propri stimoli di ricerca e di riflessione attorno a quegli obiettivi che avrebbe poi in futuro accolto come frutto della propria capacità di scelta, riflesso della naturalezza e spontaneità del momento che nella giovane età stava esperendo.

Nonostante la loro posizione nella società, non si può di certo dire che era una famiglia davvero felice: ciò che ci differenzia dall'essere privilegiato oppure ostacolato sono le nostre azioni e le direzioni che vogliamo far prendere a queste ultime (a tal proposito rimando al mio articolo su un altro fantastico libro: L'Alchimista di Paulo Coelho).

«[...] Nostra sorella Battista invece tradiva nei riguardi di Cosimo una specie d'invidia, come se, abituata a tender la famiglia col fiato sospeso per le sue stranezze, ora avesse trovato qualcuno che la superava; [...]»

Ad aprire il racconto de Il Barone Rampante è l'immagine di una cena servita dalla sorella Battista di Cosimo, protagonista, e Biagio, narratore. Si cena con un piatto di lumache non apprezzato da nessuno tanto che Cosimo decide di alzarsi da tavola protestando e poiché il padre non volle sentir ragione alle sue parole, per far contenta la figlia cuoca Battista, di contro il ragazzo decise di salire su un albero e di non scendervi più.

Cosimo per affrontare i problemi che lo avevano afflitto nella sua infanzia decide di fuggire da quel male che lo costringeva a obblighi, querelle e connivenze con i genitori ma anche con la sorella il cui carattere era impresso di vanaglorie e gravità che poco avevano a che vedere con l'attenzione verso l'educazione di Cosimo. È piuttosto intuibile il fatto che sia Cosimo che la sorella abbiano a loro modo una vena narcisistica e che le porta a desiderare delle attenzioni.

Arriva il momento in cui Biagio va a trovare Cosimo dicendogli che il loro padre lo avrebbe perdonato.

Sarebbero cambiate nel giro di poche ore le idee di quella persona?
La risposta che penso che si sia data Cosimo a tale domanda è da ricercarsi nel padre il quale sarebbe dovuto andare a trovare suo figlio di persona piuttosto che nascondere la sua autorità ingiustificata e far pensare di poterla far uscire quando gli fosse più comodo.
Il padre lo ha cercato, sì, ma con la voce, come ha sempre fatto.

Col passare dei giorni Cosimo metteva sempre al primo piano la sua promessa, il suo amore per questa promessa e per i suoi ideali come un guerriero sul campo di battaglia o un rivoluzionario e rifiutava il fatto che questo sentire, che lo portava con una spinta per ciò che è diverso, a ciò che non risponde alle comuni materie o che non risponde affatto a niente, potesse allontanarlo dai suoi alti ideali ancora poco meditati da giovane.

La gente che osservava dall'alto sembrava accettarlo tuttavia nessuno voleva conoscere attraverso l'esperienza il linguaggio vero e proprio delle sue azioni unendosi con lui verso un principio nuovo alla vista.

Passò qualche giorno e nessun genitore aveva davvero cercato Cosimo veramente.

«Dopo cena, noi s'andava presto a dormire, e non cambiammo orario neppure quella sera. Ormai i nostri genitori erano decisi a non dar più a Cosimo la soddisfazione di badargli, aspettando che la stanchezza, la scomodità e il freddo della notte lo snidassero.»
«Quasi a sottolineare quest'intenzione aggressiva verso i nostri vicini, non volle essere lui a guidare la battuta, a presentarsi di persona ai D'Ondariva chiedendo che gli restituissero suo figlio - il che, per quanto ingiustificato, sarebbe stato un rapporto su di un piano dignitoso, tra nobiluomini -, ma ci mandò una truppa di servitori agli ordini del Cavalier Avvocato Enea Silvio Carrega»
I genitori non cercano un dialogo ma vogliono sottomettere Cosimo e chiamare quella sottomissione loro figlio. Il padre tanto quanto la madre sono guidati dall'influenza dell'autorità su di loro non verso un reale rapporto con il figlio.

Se non vi fosse stata l'autorità a proteggerli assicurandoli tutte le ricchezze che essi possedevano, delegando ad altri gli sforzi che spettavano a loro, è poco ma sicuro che non si sarebbero sentiti poi così tanto diversi da Cosimo e avrebbero capito che salire sugli alberi gli permetteva di avere una prospettiva assai più ragionevole delle persone che lo circondavano, e allo stesso tempo avrebbero capito, come lui ha capito, che era impossibile "prendersele" e portarsele dove voleva lui con arroganza, perché con lui nessuno ci poteva riuscire sia fisicamente che moralmente.

Iniziazione alla vita

“[...] la sapienza non è un sapere produttivo. Infatti gli uomini, sia da principio sia ora, hanno cominciato a esercitare la filosofia attraverso la meraviglia. [...] Chi si pone problemi e si meraviglia crede di non sapere; perciò anche colui che ama i miti è in certa misura filosofo, perché il mito è costituito da cose che destano meraviglia. Sicché, se gli uomini filosofarono per fuggire l'ignoranza, è evidente che cercarono il sapere per il conoscere, e non per trarne un utile. [...] è Tunica tra le scienze a essere libera, perché è Tunica che ha come fine a se stessa. [...] La scienza più divina è anche quella che vale di più. [...] Si ritiene infatti che la divinità si una delle cause di tutte le cose e un principio, e la divinità è Tunica che potrebbe possedere questa scienza o almeno quella che potrebbe possederla nel grado più alto. Tutte le altre scienze sono più necessarie di questa, ma nessuna è migliore di essa.”
(Metafisica, Aristotele)

La sapienza filosofica nell'ottica iniziatica e di ricongiunzione con lo spirito è dunque se non un pretesto per ricavarci un utile è qualcosa da cui poter avere esperienza della meraviglia e in Cosimo, alla fine del libro di Italo Calvino, viene riaffermata questa stessa meraviglia difronte alla incomprensibilità della morte che costruisce all'interno di noi una unione ineccepibile e diretta verso ciò che naturalmente vogliamo raggiungere, la verità di tutte le cose:
"Il più e il meno è solo negli accidenti, non mai nelle forme o nature degli individui di una medesima specie"
(Discorso sul metodo, Cartesio)

Il panismo di Cosimo

«Il fico ti fa suo, t'impregna del suo umore gommoso, dei ronzii dei calabroni; dopo poco a Cosimo pareva di stare diventando fico lui stesso e, messo a disagio, se ne andava»

Sembra come se Cosimo all'interno di quell'albero si fosse fatto albero o frutto e accortosi della sua non disposizione si spaventa perché il passaggio poteva ancora incidere sulla sua invulnerabilità.

«(Dicevano che gli occhi gli fossero diventati luminosi nel buio come i gatti e i gufi: io però non me ne accorsi mai).»

Sembra come se Il Barone Rampante riflette lo stile della poesia La pioggia nel pineto di Gabriele D'Annunzio dove le persone diventano personaggi della natura silvestre dando vita a quell'atteggiamento artistico che va sotto il nome di panismo che fa della filosofia del libro un aspetto ancora più intrigante.

«Quella necessaria presenza che per il cane è l'uomo e per l'uomo è il cane, non li tradiva mai, né l'uno né l'altro; e per quanto diversi da tutti gli uomini e cani del mondo, potevan dirsi, come uomo e cane, felici.»

Non vi è ragion che tenga nel dire che uomo e cane sono uguali nella forma ma l'esperienza spirituale può fartelo credere ragionevolmente.

Da una riflessione circa la passione delle api dello zio di Cosimo, Enea Silvio Carrega, ho scoperto che potrebbe esservi un punto d'incontro, nonché una analogia, nella vita dello zio e quella di suo nipote: le api e le loro punture. Entrambi infatti vanno alla ricerca dell'amore. Il primo in cerca di Zaira, non si sa se una donna o sua figlia, il secondo alla ricerca di Viola per cui sognava con lei l'eternità.

«[...] per aver qualcosa in cui il Barone suo fratello non cacciasse il naso, non pretendesse di guidarlo per mano; oppure ancora per non mescolare le poche cose che amava, come l'apicoltura, con le molte che non amava, come l'amministrazione.
Comunque restava il fatto che nostro padre non gli avrebbe mai permesso di tenere api vicino a casa, perché il Barone aveva un'irragionevole paura d'essere punto [...]»
Le api e le loro punture potrebbero essere una analogia di Cosimo e la sua fuga sugli alberi. Da una parte le api presentano i genitori di Cosimo che lo puniscono per non seguire le regole e dall'altra parte le punture che presentano gli effetti prodotti dalle azioni di ciascuno di noi difronte alle regole della natura stessa di una persona o di qualunque altro essere vivente da cui si può trarre la massima per la quale è importante tenere in considerazione come le nostre azioni sono condizionate da altre azioni e il benessere di qualcuno (Genitori) non corrisponde quasi mai al benessere dell'altro (Cosimo).

Un incantesimo che nella situazione di Cosimo, agli occhi dei genitori, potrebbe tradursi nel non ammettere le proprie colpe e nascondersi dietro un dito ma che sotto un altro punto di vista potrebbe tradursi in una diversa consapevolezza che i genitori non possono raggiungere a causa della loro non capacità di distaccarsi dal proprio mindset di abitudini e vizi che non fanno vedere nel figlio una porta aperta al dialogo in una condizione che la promuove.
«Ma in tutta quella smania c'era un'insoddisfazione più profonda, una mancanza, in quel cercare gente che l'ascoltasse c'era una ricerca diversa. Cosimo non conosceva ancora l'amore, e ogni esperienza, senza quella, che è? Che vale aver rischiato la vita, quando ancora della vita non conosci il sapore?»

Sopra gli alberi si parlava di una banda di ladri di frutta e personaggio di spicco per Cosimo era una bambina che in passato aiutava la banda: Viola, un amore che durerà per tutta la vita, o meglio, la persona che gli farà conoscere l'amore, l'amore per la vita.

«Avrebbe voluto ora guidare la banda a saccheggiare le piante della villa d'Ondariva, ora mettersi al servizio di lei contro di loro, magari prima incitandoli ad andare a darle noia per poi poterla difendere, ora far bravure che indirettamente le giungessero all'orecchio; [...]»

Cosimo è preso da troppa voglia di fare ed è convinto di avere il controllo di tutto quello che è attorno a lui. Non gli interessa ora che il rubare sia di per sé una cosa negativa quanto è il controllo a importargli. Lo stesso controllo che, bambino com'era, credette gli sarebbe servito a soddisfare i propri bisogni e istinti per giungere a una realizzazione che solida si rivelò non esserlo mai. Ed è l'amore per la ricerca spirituale e filosofica che lo spinse a spingere l'occhio verso qualcosa di più lontano e che avrebbe raggiunto attraverso l'intelletto più avanti.

«E il suo primo pensiero sbarrando gli occhi all'incontrario e vedendo capovolti i ragazzi ululanti, ora presi da una generale furia di capriole in cui ricomparivano a uno a uno tutti per il verso giusto aggrappati a una terra ribaltata sull'abisso, e la bambina bionda volante sul cavallino impennato, il suo pensiero fu soltanto che quella era stata la prima volta che lui aveva parlato del suo stare sugli alberi e sarebbe stata anche l'ultima.
Con un guizzo dei suoi s'attaccò al ramo e si riportò a cavalcioni. Viola, ricondotto il cavallino alla calma, ora pareva non aver badato a nulla di ciò che era successo. Cosimo dimenticò all'istante il suo smarrimento.»

Nessuno si accorse della sua mancanza per cui la sua stessa invulnerabilità che stava venendo meno venne riacquisita quando tornò sull'albero. L'istinto è quello che gioca un ruolo molto importante nel racconto ed è interessante chiedersi perché la madre di Cosimo gli sorrideva guardandolo da lontano attraverso un binocolo. Forse, anche lei per riflesso istintuale, spensierato e primitivo. L'istinto però è ragionato. Anche la ragione ha un valore importante nella comprensione del personaggio di Cosimo, in quanto egli stesso amante della filosofia e di una concezione spirituale del mondo unificante e per molti versi illimitata e dunque inafferrabile.

«Perché tornava nel nostro parco? A vederlo volteggiare da un platano a un leccio nel raggio del cannocchiale di nostra madre si sarebbe detto che la forza che lo spingeva, la sua passione dominante era pur sempre quella polemica con noi, il farci stare in pena o in rabbia. (Dico noi perché di me non ero ancora riuscito a capire cosa pensasse: quando aveva bisogno di qualcosa pareva che l'alleanza con me non potesse mai esser messa in dubbio; altre volte mi passava sulla testa come nemmeno mi vedesse)»

Cosimo voleva essere sia sulla terra, che nel cielo, come se sentisse che tutto quanto dipendesse da una matrice primordiale che è riflessa su se stessa e da cui tutto è emanato. Il ragazzo vuole conoscere il misterioso, un misterioso che attrae per istinto l'uomo dalla sua nascita, lo stupore che comincia alle prese di qualcosa di cui si era certi di sapere e da una sorpresa che è coinvolta nella scoperta.

«Quel bisogno d'entrare in un elemento difficilmente possedibile che aveva spinto mio fratello a far sue le vie degli alberi, ora gli lavorava ancora dentro, mal soddisfatto, e gli comunicava la smania d'una penetrazione più minuta, d'un rapporto che lo legasse a ogni foglia e scaglia e piuma e frullo. Era quell'amore che ha l'uomo cacciatore per ciò che è vivo e non sa esprimerlo altro che puntandoci il fucile; Cosimo ancora non lo sapeva riconoscere e cercava di sfogarlo accanendosi nella sua esplorazione.»

L'incontro-scontro con il gatto selvatico


Questo stupore adesso conosce anche lo spavento e ancora dopo la paura di cedere:

«[...] il bofonchio sempre più cupo e intenso; tutto questo gli fece capire di trovarsi davanti al più feroce gatto selvatico del bosco. Tacevano tutti i cinguettii ed i frulli. Saltò, il gatto selvatico, ma non contro il ragazzo, un salto quasi verticale che stupì Cosimo più che spaventarlo. Lo spavento venne dopo, vedendosi il felino su un ramo proprio sopra la sua testa.»

Lo stupore che cede il posto allo spavento per qualcosa che non si conosce e che risponde alla ancora presunta invulnerabilità del ragazzo. Non molto tardi quando comincia a spaventarsi, quando le cose cambiano e si fanno difficili ancora prima che lo diventano concretamente generando paura che possano accadere nel futuro.

«Cosimo sollevò una gamba, quasi fosse per saltar giù, ma come in lui si scontrassero due istinti - quello naturale di porsi in salvo e quello dell'ostinazione di non scendere a costo della vita - strinse nello stesso tempo le cosce e le ginocchia al ramo.»

Il cappello di pelle di gatto che lui indossava quasi come trofeo, dopo aver vinto l'intesa cruenta tra lui e il gatto, doveva essere anch'esso un simbolo perché intende ricordare lo scontro tra questi due istinti, quello che Biagio dice si tratti del naturale, cioè di mettersi in salvo avvertito il pericolo, e il secondo rappresentato dall'ostinazione del fratello di non scendere, di affermare la sua promessa. Perciò Biagio determina, come può, l'istinto del fratello che non doveva avere a che fare con la ragione limitata ma con una coscienza innata (o mai nata e mai morta?), la sua, che rispondeva al destino che lo Spirito (la fonte di se stesso) ha voluto dargli, quello di non cadere giù dall'albero.

«Era salvo, lordo di sangue, con la bestia selvatica stecchita sullo spadino come su uno spiedo, e una guancia strappata da sotto l'occhio al mento da una triplice unghiata. Urlava di dolore e di vittoria e non capiva niente e si teneva stretto al ramo, alla spada, al cadavere di gatto, nel momento disperato di chi ha vinto la prima volta ed ora sa che strazio è vincere, e sa che è ormai impegnato a continuare la via che ha scelto e non gli sarà dato lo scampo di chi fallisce.»

La natura istintiva di un adolescente cedette ancora una volta ora con un'arma, non per difesa e in nome di qualche codice davvero etico ma come i bruti uccidono per ostinazione fino a non capire niente, e il non capire niente, quell'estasi, si mostrava ancora durante un'esperienza, la sua, portata non ancora al ragionamento, ma perlomeno ad un primo tentativo verso l'unione che lui rivedeva in fondo al tunnel dell'estasi.

Ancora qualcosa sul padre

«Cominciammo a convincerci che Cosimo non sarebbe più tornato, anche nostro padre. Da quando mio fratello saltava per gli alberi di tutto il territorio d'Ombrosa, il Barone non osava più farsi vedere in giro, perché temeva che la dignità ducale fosse compromessa.»
Ancora una volta il papà di Cosimo tiene alla sua immagine meno che alla salute del figlio reale. In particolar modo il padre aveva una debolezza che prendeva come abitudine tanto quanto il suo status sociale di barone: era codardo dentro e non sapeva usare la spada che era dentro di lui quando si trattava di muoversi da una zona di comfort all'altra, come un inetto. Questo è quanto si legge della sua decisione di dare l'impiego di amministratore a suo fratello Enea Silvio Carrega il quale non lavorava:

«Nostro padre l'impose a tutti come una persona di autorità, lo nominò amministratore, gli destinò uno studio che s'andò riempiendo di carte sempre in disordine. Il Cavalier Avvocato vestiva una lunga zimarra e una papalina a fez, come usavano allora nei loro gabinetti di studio come usavano allora nei loro gabinetti di studio molti nobili e borghesi; solo che lui nello studio a dir la verità non ci stava quasi mai, e lo si cominciò a veder girare vestito così anche fuori, in campagna. Finì col presentarsi anche a tavola in quelle fogge turche, e la cosa più strana fu che nostro padre, così attento alle regole, mostrò di tollerarlo.
Nonostante i suoi compiti d'amministratore, il Cavalier Avvocato non scambiava quasi mai parola con castaldi o fittavoli o manenti, data la sua indole timida e la difficoltà di favella; e tutte le cure pratiche, il dare ordini, lo star dietro alla gente, toccavano sempre in effetti a nostro padre.»

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Alla ricerca dell'amore universale: la filosofia

Una conoscenza che caratterizza in modo decisivo la ricerca filosofica e spirituale del protagonista è l'aver conosciuto Gian dei Brughi, un brigante che troverà nei libri un mezzo per riscattarsi socialmente, o ancora meglio, umanamente e sebbene non potrà scappare al destino di essere tradito dai propri amici ladruncoli e per questo giustiziato a morte, troverà nei libri e nella conoscenza un modo per scontare la morte già vivendo per riprendere le parole di Giuseppe Ungaretti.

«Prima che il romanzo fosse finito, venne il giorno dell'esecuzione. Sul carretto, in compagnia d'un frate, Gian dei Brughi fece l'ultimo suo viaggio da vivente. Le impiccagioni a Ombrosa si facevano a un'alta quercia in mezzo alla piazza. Intorno tutto il popolo faceva il cerchio.
Quand'ebbe il cappio al collo, Gian dei Brughi sentì un fischio di tra i rami. Alzò il viso. C'era Cosimo col libro chiuso.
- Dimmi come finisce, - fece il condannato.
- Mi dispiace di dirtelo, Gian - rispose Cosimo, - Giornata finisce appeso per la gola.
- Grazie. Così sia di me pure! Addio! - e lui stesso calciò via la scala, restando strozzato.»

Ciò che si denota da questa scena è la sfrontatezza della vita di una persona che si è salvata da sé senza gli altri attraverso la virtù che prima non conosceva.
Un'analogia al salvarsi da sé può essere ritrovata nella evoluzione stessa del protagonista verso la scomparsa completa plateale alla fine del libro, la cui fuga dalla vita terrena tenendosi aggrappato ad una corda (spirito) di una mongolfiera, lasciandosi trasportare dal vento (vita) verso l'ignoto, è impressa di una forte carica simbolica.
“La morte infatti è una di queste due cose: o è come non essere nulla e il morto non ha alcuna consapevolezza, oppure, secondo quel che si dice, la morte è un cambiamento e, per così dire, una migrazione dell’anima da questa sede, quaggiù, verso un altro luogo.”
(Apologia di Socrate)

Passati molti anni Cosimo, ancora sugli alberi, avverte il peso degli anni e anche il suo cane, col quale si aiutava per cacciare gli animali in modo da procurarsi del cibo, anche lui lo avvertì.

«E pure Cosimo cominciava ad accorgersi del tempo che passava, e il segno era il bassotto Ottimo Massimo che stava diventando vecchio e non aveva più voglia di unirsi alle mute dei segugi dietro alle volpi né tentava più assurdi amori con cagne alane o mastine. Era sempre accucciato, come se per la pochissima distanza che sperava al sua pancia da terra quand'era in piedi, non valesse la pena di tenersi ritto. E lì disteso quant'era lungo, dalla coda al muso, ai piedi dell'albero su cui era Cosimo, alava uno sguardo stanco verso il padrone e scodinzolava appena. Cosimo si faceva scontento: il senso del trascorrere del tempo gli comunicava una specie d'insoddisfazione della sua vita, del su e giù sempre tra quei quattro stecchi. E nulla gli dava più la contentezza piena, né la caccia, né i fugaci amore, né i libri. Non sapeva neanche lui cosa voleva: preso dalle sue furie, s'arrampicava rapidissimo sulle vette più tenere e fragili come cercasse altri alberi che crescessero sulla cima degli alberi per salire anche su quelli.»
A sconvolgere per molte ore e diversi giorni Cosimo è la disperazione esistenziale dovuta al fatto che Ottimo Massimo inizia a fiutare qualcosa da estremamente lontano tanto da interrompere a un certo punto interrotto da alberi l'inseguimento del cane. Per questo motivo Cosimo rimarrà sospeso su dei rami per diverso tempo fino a quando il cane non si farà rivedere molto più tardi. Si accorgerà nel frattempo che in giro per Ombrosa è arrivata una Marchesa, altro non è che una sua vecchissima conoscenza: Viola d'Ondariva. Un uomo la racconta in questo modo:

«Mah, s'installa in un palazzo, o in un feudo, ci arriva con tutta la sua corte, perché ha sempre uno stuolo di cascamorti dietro, e dopo tre giorni trova tutto brutto, tutto triste, e riparte. Allora saltano fuori gli altri eredi, si buttano su quel possesso, vantano diritti. E lei: “Ah, sì, e prendetevelo!”. Adesso è arrivata qui nel padiglione di caccia, ma quanto ci resterà? Io dico poco.»

Viola è la controparte di Cosimo, se il secondo ricerca la completezza in ciò che è spirituale, razionale e pieno di solide virtù, la prima è più propensa per un'intossicazione di vizi e velleità che sa già in partenza che non la riempiranno a sufficienza e con la sua pigrizia, come i genitori di Cosimo, sfrutta il suo potere da Marchesa e le sue caratteristiche di bellezza per possedere tutto. Entrambi dunque cercano di completarsi a vicenda ma non riescono perché Cosimo è spinto da un'altra forza ideale lontana dall'essere una spinta verso un semplice quanto esile attaccamento verso qualcuno.

«Ottimo Massimo non tornava più. Cosimo tutti i giorni era sul frassino a guardare il prato come se in esso potesse leggere qualcosa che da tempo lo struggeva dentro: l'idea stessa della lontananza, dell'incolmabilità, dell'attesa che può prolungarsi oltre la vita.»

La marchesa insoddisfatta di tutto come Cosimo incontra il cane del ragazzo e si ritrova ad esserne felice e piena di gioia. E quella felicità viene per un momento tolta a Cosimo, o meglio, va a mancare in modo istintivo e naturale. Quella stessa natura di un grande intelletto ineccepibile che molte volte gli è rimasta fedele ai suoi voleri come la vita con la morte adesso si ritorce contro a Cosimo che si vede costretto a fare come in una partita con gli scacchi una mossa ben ragionata.

Ma ben presto come un tira e molla, come spirito e corpo e corpo e spirito, ben presto Cosimo e Viola si incontreranno e ognuno vedrà nell'amore verso l'altro un significato per salvarsi e conquistare la vita e il suo significato e carpirne l'essenza e i suoi aspetti positivi, per capire cosa si lascerà quando il futuro busserà a tutti noi.

«L'ostinazione amorosa di Viola s'incontrava con quella di Cosimo, e talora si scontrava. Cosimo rifuggiva dagli indugi, dalle mollezze, dalle perversità raffinate: nulla che non fosse l'amore naturale gli piaceva. Le virtù repubblicane erano nell'aria: si preparavano epoche severe e licenziose a un tempo. Cosimo, amante insaziabile, era uno stoico, un asceta, un puritano. Sempre in cerca della felicità amorosa, restava pur sempre nemico della voluttà. Giungeva a diffidare del bacio, della carezza, della lusinga verbale, di ogni cosa che offuscasse o pretendesse di sostituirsi alla salute della natura. Era Viola, ad avergliene scoperto la pienezza; e con lei mai conobbe la tristezza dopo l'amore, predicata dai teologi; anzi, su questo argomento scrisse una lettera filosofica a Rousseau che, forse turbato, non rispose.
Ma Viola era anche una donna raffinata, capricciosa, viziata, di sangue e d'animo cattolica. L'amore di Cosimo le colmava i sensi, ma ne lasciava insoddisfatte le fantasie. Da ciò, screzi e ombrosi risentimenti. Ma duravano poco, tanto varia era la loro vita e il mondo intorno.»

«L'amore riprendeva con una furia pari a quella del litigio. Era difatti la stessa cosa, ma Cosimo non ne capiva niente.
- Perché mi fai soffrire?
- Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: - No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
- Chi ama vuole solo l'amore, anche a costo del dolore.
- Mi fai soffrire apposta, allora.
- Sì, per vedere se mi ami.
La filosofia del Barone si rifiutava d'andar oltre. - Il dolore è uno stato negativo dell'anima.
- L'amore è tutto.
- Il dolore va sempre combattuto.
- L'amore non si rifiuta a nulla.
- Certe cose non le ammetterò mai.
- Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.»
«Insomma, il suo innamoramento era proprio come Viola lo voleva, non come lui pretendeva che fosse; era sempre la donna a trionfare, anche se lontana, e Cosimo, suo malgrado, finiva per goderne.»

Come l'essere salito su un albero può trattarsi di un simbolo di ribellione che esprime il tentativo all'affermazione di sé, la scesa da esso può rappresentare per Cosimo l'identificazione di sé con ciò che fermo non è.

Biagio viaggiava molto in Francia e si trovò davanti Viola che corteggiava nuovi uomini alle spalle del povero Cosimo invaghito così tanto di lei in Italia, così tanto che dopo averne dato notizia, questo accusò il fratello di dire corbellerie e rifiutandosi di accettare quella nuova verità che ben presto gli si rivelerà alla luce dei suoi occhi scapperà dagli occhi di Biagio per i rami degli alberi.

Diventato estremamente geloso di Viola, Cosimo espresse la sua disapprovazione come inquadrano queste conversazioni tra i due:
«- Sono stanca.
- Di quelli?
- Di tutti voi.
- Ah.
- Loro m'hanno dato le più grandi prove d'amore...
Cosimo sputò.
- ... Ma non mi bastano.
Cosimo alzò gli occhi su di lei.
E lei: - Tu non credi che l'amore sia dedizione assoluta, rinuncia di sé...
Era lì sul prato, bella come mai, e la freddezza che induriva appena i suoi lineamenti e l'altero portamento della persona sarebbe bastato un niente a scioglierli, e riaverla tra le braccia... Poteva dire qualcosa, Cosimo, una qualsiasi cosa per venirle incontro, poteva dirle: - Dimmi che cosa vuoi che faccia, sono pronto... - e sarebbe stata di nuovo la felicità per lui, la felicità insieme senza ombre. Invece disse: - Non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le proprie forze.
Viola ebbe un moto di contrarietà che era anche un moto di stanchezza. Eppure ancora avrebbe potuto capirlo, come difatti lo capiva, anzi aveva sulle labbra le parole da dire: "Tu sei come io ti voglio..." e subito risalire da lui... Si morse un labbro. Disse: - Sii te stesso da solo, allora.
" Ma allora esser me stesso non ha senso...", ecco quello che voleva dire Cosimo. Invece disse: - Se preferisci quei due vermi...
- Non ti permetto di disprezzare i miei amici! - lei gridò, e ancora pensava: " A me importi solo tu, è solo per te che faccio tutto quel che faccio!"
- Solo io posso essere disprezzato...
- Il tuo modo di pensare!
- Sono una cosa sola con esso.
- Allora addio. Parto stasera stessa. Non mi vedrai più.»

L'amore che si scontra con le parole dette dall'orgoglio di entrambi.
Passato del tempo il pentimento per aver detto quelle cose, il non poter più cancellare quel momento in cui si sono detti addio, il passato, cresceva sempre di più e il senso di colpa si faceva sempre più pressante. Dalle parole di Biagio:
«Non c'era più risentimento contro Viola, ma soltanto rimorso per averla perduta, per non aver saputo tenerla legata a sé, per averla ferita con un ingiusto e sciocco orgoglio. Perché, ora lo capiva, lei gli era stata sempre fedele, e se si portava dietro altri due uomini era per significare che stimava solo Cosimo degno d'essere il suo unico amante, e tutte le sue insoddisfazioni e bizze non erano che la smania insaziabile di far crescere il loro innamoramento non ammettendo che toccasse un culmine, e lui lui lui non aveva capito nulla di questo e l'aveva inasprita fino a perderla.»
Sebbene essere visto sugli alberi dava una connotazione su di lui abbastanza primitiva, non lo stesso si poteva dire delle sue conoscenze che, ormai come si è visto, facevano di lui una persona tutt'altro che ignorante e di pochi valori.

Per esempio mentre di norma ci si limita a dire di voler fare qualcosa per risolvere una questione lui diceva molto di più facendo. Questo concetto si trasferisce bene per dimostrare concretamente l'amore che provava per Viola, coprotagonista di quel fallimento fatale attorniato dall'illusione di entrambi di non essere stati capiti dall'altro, in particolare Cosimo crede in un primo momento di non essere seguito e ascoltato onorando una grande conoscenza "sovrumana" all'insegna dell'intraducibilità.

Quando si rende conto del rimorso attorno a quell'evento e a se stesso che non ha fatto niente per evitare la sua conclusione, decide di continuare ad andare sempre più in alto tra i rami dando una seconda dimostrazione di quanto l'assurdità di una luce spirituale possa far diventare ciechi comparata all'oscurità di una luce vicina ai nostri corpi che rimanda di contro ad un ciclo di dolori e piaceri di poco conto perché non abbastanza illuminati e propensi alla vera comprensione che Viola, simbolicamente, incarna nel mondo materiale della vita e della morte.

Viola dunque, è concorde con quello che dice Cosimo però vede nella sua gelosia la dimostrazione del fatto che egli non si è staccato dalla materia e che la sua figura di asceta, di persona attaccata ad un amore universale non era ancora in uno stato evoluto intellettualmente.

“Non del corpo, non delle ricchezze, né di alcuna altra cosa voi dovete curarvi prima dell’anima al fine di renderla la migliore possibile, dicendo che non dalle ricchezze nasce la virtù, ma dalla virtù le ricchezze e tutti gli altri beni e per il singolo cittadino e per la comunità.”
“E se io ribatto che questo è il più gran bene per l’uomo, fare ogni giorno discorsi intorno alla virtù e agli altri argomenti, sui quali voi mi avete udito discutere e fare ricerche su me stesso e sugli altri e che una vita senza ricerche non è degna di essere vissuta per l’uomo, voi mi crederete ancor meno.”
(Apologia di Socrate, Platone)

Accortosi delle ricchezze materiali della gente nobiliare che lo circondavano e accortosi delle idiosincrasie immotivate tra i ricchi stessi, come a esempio quella del padre nei confronti della famiglia di Viola, i Marchesi d'Ondariva, Cosimo trova una nuova motivazione al fine di non essere simili a loro, rifuggendo da ogni loro vanità che non li permetteva di essere più vicino alle persone e quindi decide di salire su un albero perché capì che per essere più vicino alle persone doveva essere lontano. Quale altro mezzo conoscerà per poter essere più vicino alle persone?

La filosofia, che già da sé vuol dire amore per la conoscenza e che avrà uno spicco di risalto grazie alla conoscenza di Gian dei Brughi.


I rapporti con il mondo materiale

Nessuno ha davvero cercato Cosimo perché tutti hanno reputato impossibile da prendere in partenza. Lui infatti non voleva essere preso, come si prende un oggetto e lo si manipola a proprio piacimento, voleva essere seguito nella vita tra pareri e scoperte, tra domande e dubbi, tra empatia e amore. I genitori, ingenui, non li hanno dato abbastanza attenzioni sin dall'inizio ed egli è dovuto stare attento alla vita attraverso i propri studi e le persone che incontrava mentre era sugli alberi.

Un amore che della materia si traduceva come una speranza che come risposta aveva il tramutarsi in un amore spirituale proprio come l'appigliarsi ad una corda di una mongolfiera che conduce all'origine del tutto.

Quando Cosimo si allontana da Viola per non "prenderla", per non "consumarla", perché così lui non voleva essere trattato da un'altra persona, perché così lui non voleva essere proprietà di qualcuno, perché in questo modo lui non voleva essere suo padre.

Come la scienza di Socrate, ovvero quella per somiglianza, Cosimo cercava in Viola l'amore, la potenza che soggiace in un fenomeno primo, "qualcosa (l'amore) che gli ricordasse il sapore della vita" e che lo facesse allo stesso modo sentir rappresentato sia dalla sua vita che da quello che lo collega allo Spirito: "ad un luogo senza luogo", e riuscirà ad accedervi simbolicamente con Viola lanciandosi da quell'albero perché ha da sempre capito che era in quel modo ineccepibile ma allo stesso tempo razionale che si sentiva vicino a tutto e di conseguenza a tutti.

Cosimo:
«[...] Vivo da molti anni per degli ideali che non saprei spiegare neppure a me stesso: mais je fais une chose tout à fait bonne: je vis dans les arbres.»
Biagio:
«Prima era diverso, c'era mio fratello; mi dicevo: "c'è già lui che ci pensa" e io badavo a vivere. Il segno delle cose cambiate per me non è stato né l'arrivo degli Austrorussi né l'annessione al Piemonte né le nuove tasse o che so io, ma il non veder più lui, aprendo la finestra, lassù in bilico. Ora che lui non c'è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.»
Ogni amore e speranza per Viola o per un riconoscimento da parte di Napoleone viene tradito ma l'unico a non tradirsi mai è lo stesso Cosimo che si appiglia materialmente e allegoricamente ad una mongolfiera che è simbolo della sua promessa giovanile e affermazione fino all'ultimo della sua identità combattuta fino all'ultimo contro ogni cosa. A continuare ogni suo passo è stato l'amore in ciò che lui rappresentava e voleva rappresentare.

Sarebbe stato forse fin troppo semplice per un Socrate o per un Cosimo affermare che l'unica via per incontrare qualcuno dall'altra parte del mondo, nel luogo senza luogo, fosse quella di morire senza neanche provare a vivere, vivere bene, appunto. Come in Socrate è importante l'elevazione dell'anima in modo da avvicinarsi per somiglianza al bene più alto dopo la morte, così attraverso le virtù della condivisione, del bene comune il rivoluzionario Cosimo rispondeva difronte a questa stessa voglia di simboleggiare la vita come un'esperienza che porta all'esperienza massima della conoscenza, che risiede nella morte come in Socrate.

“[...] posta così, la questione potrebbe sembrare illogica. Ma non sta proprio così, e forse ha una sua spiegazione. E la parola che viene detta a questo riguardo nei misteri, che noi uomini ci troviamo come in custodia e che non dobbiamo liberarcene da soli e nemmeno fuggire, mi appare come parola di una sua grandezza e non facile da penetrare. Ma almeno questo a me pare che sia ben detto: che sono gli dèi ad avere cura di noi e che noi uomini siamo uno dei possessi degli dèi. O non ti pare che sia così?”
(Fedone, Platone)

Potrebbe sembrare che Cosimo si volesse suicidare da quell'albero. Ma potrebbe anche darsi che in quello stato nel quale si trovava lui non vedeva in quel gesto la causa della sua morte quanto piuttosto una unione che lo tenesse in piedi ancora più di prima, occorre appunto vedere quell'atto sensibile non direttamente quanto indirettamente attraverso appunto una allegoria che si avvicina come essenza a quella dell'anima.

Socrate comprende che l'osservazione diretta delle cose sensibili confonde l'anima. Egli le considererà allora nelle loro ragioni o ancor più nella loro sostanza universale (idee). Si comprenderà poi che le idee non sono immagini delle cose ma sono le cose a essere immagini delle idee, sostanza divina.

Se è vero che questo materialmente gli avrebbe costato la morte fisica del corpo come dice lo stesso Socrate e se poniamo per vero che gli dèi per un pagano come Socrate ci tengono in custodia e che noi stessi saremmo loro possedimento e che il suicidio si traduce in allontanamento da Dio e che per raggiungere Dio un filosofo come Socrate o Cosimo avrebbe dovuto conoscere con l'intelletto la verità universale senza farsi condizionare dai sensi, che per i poeti antichi e per Socrate stesso facevano allontanare dalla verità, Socrate afferma in modo chiaro e conciso:

“Non è il vivere da tenere alla massima considerazione, ma il vivere bene.”
(Critone, Platone)

Tuttavia Socrate era capace di far sentire gli altri in una condizione intermedia tra piacere e dolore. 
Il piacere delle cose che l’uomo ha con sé nasconde sempre dolore per Socrate.

Il Barone Rampante troverà il suo "luogo senza luogo" perfetto che nasconderà sempre i legami che la bontà avrà col corpo anche quando si troverà nello stato più evoluto della sua anima.

«Anche Cosimo, come Ottimo Massimo, era l'unico esemplare di una specie. Nei suoi sogni a occhi aperti, si vedeva amato da bellissime fanciulle; ma come avrebbe incontrato l'amore, lui sugli alberi? Nel fantasticare, riusciva a non figurarsi dove quelle cose sarebbero successe, se sulla terra o lassù dov'era ora: un luogo senza luogo, immaginava, come un mondo cui s'arriva andando in su, non in giù. Ecco: forse c'era un albero così alto che salendo toccasse un altro mondo la luna.» 

«Cosimo Piovasco di Rondò - Visse sugli alberi - Amò sempre la terra - Salì in cielo»


lunedì 24 febbraio 2020

"L'Alchimista" di Paulo Coelho - Riflessioni & Filosofia

l-alchimista-di-paulo-coelho-riflessioni-e-filosofiaL'alchimista che è in noi, responsabile per averci fatto sognare, per averci fatto soffrire ma che risponde alla vera natura e al destino di ciascuno.

Quando nel profondo si crede a qualcosa, quando si ha qualche strumento per far accadere qualcosa, la vita si mostra davvero a nostro vantaggio a discapito di eventi che ogni giorno compromettono il nostro essere alchimisti. Non a caso, questo è il messaggio ricorrente di questo emozionante libro: L'Alchimista di Paulo Coelho.

La paura di un alchimista inconsapevole


«Dobbiamo saper vedere con gli occhi giusti e ignorare gli ostacoli»


Ecco quello che potremmo dire a chi ci confessa quanto vorrebbe un po' di fortuna dalla vita. Parole, da buttare, direttamente nell'umido, secondo delle mie riflessioni.

Non si possono ignorare gli ostacoli della vita se si vuole esistere: è un concetto che è dentro l'esistenza in sé da cui non ci si può liberare. L'esistenza di ognuno di noi sarebbe strettamente collegata ad uno spazio temporale e metafisico nel quale, per raggiungere traguardi, non devi farti prendere dall'illusione di essere un punto nell'universo, un punto, manipolato da un'unità complessa, se non indefinibile, attorno alla quale risiede e svolge delle azioni in modo passivo e attivo interagendo con altri punti presenti nello spazio. 

L'Alchimista di Paulo Coelho, certamente uno dei libri più belli e suggestivi dell'autore, avverte quanto la radice dei problemi nella vita comincia da una nostra riflessione iniziale, motore delle nostre azioni umane.

(p.178)
"Purtroppo sono davvero pochi coloro che seguono la via tracciata per loro dall'Anima del Mondo, il cammino della Leggenda Personale, il sentiero della felicità. Poiché pensano che il mondo sia qualcosa di minaccioso, arrivano a renderlo ancora più ostile. [...] Perché, in tal caso, i cuori potrebbero dover affrontare una sofferenza maggiore. E non gli piace affatto soffrire." 
Ad accendere la luce della nostra riflessione e ad alimentare il motore delle nostre azioni, è la nostra vecchia zia mezza saggia e mezza ignorante: la paura

Mezza saggia perché fin da quando nasciamo la paura ha la fortuna di sospendere le nostre azioni. I neonati ad esempio, avvertono gli indizi di profondità e ciò li permette di non cadere quando camminano sopra un tavolo. Mezza ignorante perché intaccata da interferenze di valenza superficiale che lasciano spazio a impressioni che non coincidono molto spesso con un pensiero critico e logico in grado di farci avvicinare ad una realtà concreta. 

Tra filosofia e spiritualità


Ma molto spesso la realtà è un'altra, o meglio, smuove ogni tipo di definizione che vede lo spirito come protagonista di un viaggio infinito intriso di spiritualità.

Con gli occhi riempiti di lacrime, il mercante disse al ragazzo:
(p84)
"Perché l'idea di compiere il pellegrinaggio mi mantiene vivo. È ciò che mi fa sopportare questi giorni perfettamente uguali, questi vasi silenziosi sugli scaffali, il pranzo e la cena nell'orribile localino in cima alla salita. Temo che, realizzando il mio desiderio, non avrei più alcun motivo per restare in vita."
Il desiderio inespresso del mercante è ora quello di raggiungere la Mecca. Tuttavia è da prendere in considerazione la sua idea di desiderio certamente lontana da quella del famoso protagonista di questo racconto.

Infatti, se il primo vede il desiderio come un escamotage per mantenersi vivo, il secondo desidera fuggire dalla sua condizione fisica per trovare un tesoro, apparso in sogno, vicino le Piramidi d'Egitto.

l-alchimista-di-paulo-coelho


 Il desiderio di un alchimista inconsapevole

Santiago, il protagonista, sostiene (p.34):
"È la possibilità di realizzare un sogno che rende la vita così interessante"

"Il Vocabolario di Bruno Migliorini e Giulio Cappuccini" (1965) propone una definizione per "sogno": « Il veder, il sentir con l'immaginazione, durante il sonno, cose che paiono vere e presenti, il più delle volte stranamente collegate. »
Poco fa abbiamo visto che la vita si porta dietro, come un fanalino di coda, un'alchimia di elementi positivi e negativi che sono proprio quelli che la caratterizzano totalmente.

Talvolta il sogno esprime un desiderio inconscio che riflette un sentimento di mancanza verso qualcosa. Alcuni buddisti prima di compiere un'azione rivolta verso uno scenario da inseguire riflettono ponendosi una domanda che tende a voler sapere se il proprio desiderio rappresenta un bisogno oppure una necessità. Questo esercizio li permette di raggiungere l'illuminazione.
Se è vero che possiamo evitare di incorrere in qualche scelta sbagliata, è anche vero che grazie agli eventi negativi possiamo conoscere la nostra personale soluzione che ci consentirà di ricalibrare la nostra bussola e stare meglio.

Fondamentalmente tutto attorno a noi è fallibile, è già perso, è già qualcosa che è difficile da definire. 
Ci affezioniamo, o meglio ci attacchiamo, molto spesso a qualcosa di cui ci siamo creati false aspettative e speranze lontane e ci "accomodiamo" su una frequenza, come se stessimo cercando una stazione radio in particolare che ci consente di non andare fuori di testa, e in questo modo potremmo affinare questa frequenza per "accomodarci" su delle altre che potranno convenire sul piano relazionale, del lavoro, e del mondo esterno in generale.
Fatichiamo a trovare una definizione di noi stessi a causa delle nostre paure e insicurezze accomodando le nostre risposte sulla base di approssimazioni illudendoci di saper davvero come fare, guarda caso, dopo tutto il tempo trascorso a fare sempre il passo più lungo della gamba, mentre la soluzione poteva risultare più semplice: fermarsi all'ascolto.

Un pensiero simbolico analogo viene riportato qui (p.129):
"Quando gli uomini cedono al fascino dei disegni e delle parole scritte, finiscono per dimenticare il linguaggio del mondo."

    E da qui scaturisce un altro problema: conviene rimanere sempre in una stessa condizione?
Occorrerebbe ricordare l'esempio di poc'anzi secondo cui gli individui vengono paragonati a dei punti in uno spazio pressoché infinito che inter-esistono e interagiscono tra loro.
Sulla base di questo, non credo che qualcuno di noi possa affermare in modo definitivo che la sua vita vada completamente liscia e senza intoppi, piuttosto si userebbe dire di stare bene o male usando un linguaggio di uso comune dettato da regole basate su una comunicazione influenzata da un certo tipo di cultura e società e intimità che si vuole preservare.

Coraggio di sbagliare 


(p115)

"Se qualcuno decidesse di affrontarlo (il deserto) a viso aperto, dimostrando un enorme coraggio, ma ignorando le sue parole silenziose, morirebbe il primo giorno"
Cosa vuol dire: Il coraggio non può mancare di una riflessione, di un ascolto indirizzato a ciò che si vuole fare della propria esistenza.
Paradossalmente, alla natura umana immersa di convinzioni, apparizioni e di teatro coronato da riflettori soffusi che non lasciano spazio a definizioni, sono del parere che bisognerebbe avere coraggio di desiderare di sbagliare, mettersi in una condizione tale da stare male, scomodi: fuori dalla zona di comfort.

In sostanza penso che bisognerebbe anticipare il gioco della sfortuna, ribaltando e rivalutando totalmente il concetto di sfortuna e di fortuna.

Ammettere che le cose nella vita sono date dal caso implicherebbe affermare, ad esempio, che 2+2 equivarrebbe a 4 per puro caso e una tale affermazione indurrebbe a pensare che la matematica stessa è data dal caso, che non vi sono regole che la fanno funzionare e che ognuno di noi può assumere la figura di maestro difronte a qualsivoglia materia, proponendo regole, formule, discorsi di natura etica e morale che potrebbero risultare veri e allo stesso tempo falsi, in sostanza, che lasciano spazio al relativismo e che hanno poca ragione di essere e perciò di essere altresì ascoltate.
Inevitabilmente una mente relativista che non tende a posizionare le cose che afferma su un livello concreto, utile al pensiero critico e all'agire sicuro, genererebbe ignoranza e un concatenarsi di atrocità.

Tutto ciò che facciamo è seguito da qualcos'altro che genera qualcosa ancora e così via.
Perdiamo qualcosa perché non siamo stati attenti, ci arrabbiamo perché non abbiamo mantenuto controllo, e tutti questi comportamenti sono tipici della nostra educazione che è centrata sul sentire meno che sull'ascoltare
Ci accorgeremmo della nostra incapacità di controllare le nostre colpe e i nostri fallimenti a causa dello scarso controllo che abbiamo su di essi. (Rielaborazione di una citazione di Jack Kerouac)
Desiderare di sbagliare, mettersi in discussione attivamente con criterio, intelligenza, per rendere una vita vissuta. Questa è la filosofia dietro L'Alchimista di Paulo Coelho.

(p67)
"Nella vita, talvolta le cose mutano nel tempo di un sospiro, ancor prima che riusciamo a rendercene conto."

(p.198)
"Ogni qualvolta riusciamo a migliorare nella nostra essenza, anche tutto ciò che ci circonda diventa migliore" 
Non siamo infallibili. Ci sarebbero molte cose che potremmo fare in questo momento della giornata e che non faremo. Per un certo verso, compiamo del bene e del male contemporaneamente. Ad esempio siamo soliti manipolare, o meglio sfruttare, la natura per soddisfare le nostre pance insaziabili e per rivestirci di orpelli per soddisfare il nostro maniacale egocentrismo.


Iniziazione spirituale dell'alchimista

Riflessione finale per L'Alchimista di Paulo Coelho


Paulo Coelho termina la stesura della sua storia così intrisa di simbolismi e di interpretazioni suggestive cogliendo l'occasione di ricordare quanto sia importante, e talvolta illuminante, un percorso all'insegna della introspezione, dell'amore per la vita e del coraggio.
Santiago, il futuro alchimista, che compirà la sua Leggenda Personale proprio nel luogo che aveva sognato, finirà per capire quanto il presente sia stato dall'inizio un momento da dove partire, da cui non tirarsi indietro, da cui trovare risposte giuste, amori e possibilità, e da cui ripartire nel caso si avesse bisogno di riflettere in un nuovo viaggio brindando ad un nuovo sogno.


(p. 125)
"Se riuscirai a vivere sempre nel presente, sarai un uomo felice. E capirai che nel deserto esiste la vita, che il cielo ospita miriadi di stelle e che i guerrieri combattono perché la lotta appartiene al destino del genere umano. La vita dev'essere una festa, un grande banchetto, perché è sempre e soltanto il momento che stiamo vivendo."


domenica 23 febbraio 2020

Introduzione

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Siete sul web, avete sentito parlare di quel libro in particolare e vi state domandando che cosa potrebbe succedere se Il Piccolo Principe si trasformasse in un horror al limite dell'assurdo? Nel caso non ve lo steste affatto domandando, è arrivato il momento di pensarci.

"Il Gufo Grigio"
 è un blog personale che ha lo scopo di mettere in risalto l'idea di libro come uno strumento di riflessione filosofica e di dibattito sui temi vicini alla nostra società.

È più intuitivo immaginare il blog come se fosse un caffè filosofico nel quale si discute in modo libero e amichevole.
Il Gufo Grigio è un luogo dove pullulano tanti pareri che badano a tener lontano misologia e misantropia attraverso la lettura di libri classici, libri di filosofia e libri di spiritualità di un gufo grigio che insegue il desiderio di sapere sempre di più.
Il blog non vuole competere, né tende a voler dimostrare di essere uno spazio che divide la competenza dalla incompetenza, ma lascia spazio alla riflessione critica pubblica lontana dai pregiudizi e dal settorialismo.

Per chi cerca insegnamento, competenza e professionalità nella divulgazione delle diverse tematiche inerenti la filosofia dovrà, per forza di cose, recarsi in un altro luogo.